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Ciò che succede in Bielorussia ci tocca più di ciò che sembra

Ci lamentiamo per la mascherina. Ci lamentiamo per le discoteche chiuse. Ci siamo indignati davanti alle immagini di George Floyd. Eppure siamo indifferenti davanti a quello che succede a due passi dalla frontiera dell’Unione Europea, la culla della democrazia e della libertà. Eppure è proprio nel silenzio che si spegne la libertà

Daiva Lapėnaitė
ITLIETUVIAI.IT

Ci lamentiamo per la mascherina. Fa caldo, non fa respirare, è scomoda. Ma c’è chi la mascherina, anzi, una maschera che soffoca qualsiasi libertà di parola, di pensiero, di azione la sopporta da decenni.

Ci lamentiamo per le discoteche chiuse. Ma c’è chi la libertà di ballare e qualsiasi altra libertà, come la libertà di scegliere dove andare, cosa fare, cosa dire, come pensare e come costruire la propria vita non ce l’ha. Eppure vive nel continente Europeo, la culla della libertà di espressione e della democrazia, a due passi dal confine dell’UE.

Ci siamo indignati davanti alle immagini di George Floyd, maltrattato e morto per la brutalità di alcuni poliziotti. Ma c’è chi un tale trattamento e anche molto peggiore, le percosse, i pugni, i calci, gli arresti, le torture fisiche e la violenza psicologica, lo subisce da decenni. Il motivo? Si permette di esprimere un pensiero non in linea con il regime.

Eppure ciò che succede in Bielorussia da anni e nemmeno ciò che sta accadendo da ormai due settimane, la disumana brutalità del regime contro i manifestanti con i fiori e bandiere in mano, non appare sulle prime pagine.

Dal 9 agosto, il giorno il cui l’intramontabile Alexander Lukashenko ha proclamato la sua vittoria alle elezioni presidenziali, per la sesta volta, con ottanta percento di voti, il popolo bielorusso è sceso nelle strade e nelle piazze. Perché non ne può più di questo bavaglio. Perché non ne può più di un regime soffocante. Perché non ne può più di stare in silenzio.

Non stiamo parlando di una nazione lontana e remota, ma bensì di un paese parte integrante dell’Europa, governato di fatto dall’ultimo dittatore presente nel nostro continente.

Eppure ciò che accade lì, ci tocca più di quello che sembra. Quest’uomo che da ventisei anni tiene in pugno una nazione, dove decide e comanda solo e soltanto lui, che ha scatenato la sua ira bruttale sui manifestati senza fare distinzione tra uomini, donne, anziani o bambini, sta costruendo una centrale nucleare modello Chernobyl a ventitré chilometri dal confine dell’UE. Sì, ventitré. Sì, stile Chernobyl.

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha pubblicato 11 raccomandazioni e 8 proposte sul rafforzamento della sicurezza del nuovo gioiellino di Lukashenko ad Astravyets, tutti ignorati, senza mezzi termini.

Centinaia di migliaia di bielorussi combattono nelle strade e nelle piazze per avere quello che ogni persona sulla faccia della terra dovrebbe avere – la libertà. E in un senso più ampio lo fanno non soltanto per loro stessi. Senza scendere nei delicati intrecci di analisi politica, non avere più nessuna dittatura nel continente Europeo sarebbe un bel sospiro di sollievo. Non avere un’altra centrale nucleare dietro la porta pure.

Le uniche armi nelle loro mani in questa lotta sono le bandiere della nazione, quella storica, quella prima di diventare un feudo dell’Unione sovietica e poi della Russia, i palloncini e i fiori. Escono nelle strade vestiti di bianco, il colore, in contrasto con le divise nere delle forze speciali del regime, ormai ha dato il nome al fenomeno della rivoluzione bianca. Non sparano pallottole, non lanciano lacrimogeni, non distruggono le vetrine. Prima di salire su una panchina si tolgono le scarpe e dopo la manifestazione ripuliscono le strade.

L’unica cosa che “sparano” sono le luci delle torce dei telefonini, gli sguardi pieni della speranza e le parole: “libertà”, “basta violenza”, “noi crediamo, noi possiamo, noi vinceremo”. Per essersi permessi di scendere nelle strade, di indossare un vestito bianco e di proclamare “vattene dittatore” migliaia di ragazzi e ragazze sono stati arrestati mentre camminavano per la strada, mentre prendevano un mezzo pubblico, mentre stavano a casa loro, perché le forze speciali di Lukashenko, l’OMON, non bussano alla porta, la sfondano e prelevano.

Nullafacenti criminali, secondo il dittatore. Ragazzi che vogliono una vita normale, secondo i bielorussi. I ragazzi, migliaia dei quali sono ancora rinchiusi nelle celle, picchiati e torturati, condannati senza nessuna difesa e senza nessun diritto di aprire bocca. Tra di loro diversi giornalisti, anche uno italiano, rilasciato grazie all’intervento diplomatico dopo tre giorni senza acqua né cibo con altre venti persone in una cella per quattro. Centinaia di donne e uomini sono ancora negli ospedali, dove i medici cercano di rimettere in piedi queste persone piene di ferite procurate da manganelli, calci, pugni, pallottole di gomma e quelle vere. Almeno cinquanta di questi ragazzi arrestati sono spariti nel nulla. Cinque sono morti. Sì, cinque, per aver osato di dire “no” a Lukashenko.

Ma non possiamo intrometterci negli affari di un paese, dicono in tanti. No, non possiamo e non dobbiamo. Ma abbiamo il dovere morale, come esseri umani, di non chiudere gli occhi davanti alle sofferenze degli altri e per rompere il muro dell’indifferenza abbiamo le armi potentissime nelle nostre mani – gli smartphone e i social. Condividere, parlare, mettere un hashtag. Perché se stiamo in silenzio, siamo complici.

Perché il silenzio è complice. Perché l’indifferenza uccide. Perché il silenzio uccide la libertà.

2 komentarai
  • Solveiga Micheleviciute 2020-08-22

    Senza entrare in polemica sull’argomento così delicato, il quale, inoltre, mi sta molto a cuore perché ricorda la nostra battaglia per la libertà dal regime sovietico, vorrei precisare alcuni punti.
    1. Non si può accostare, in termini di paragone, la nostra inutile mascherina chirurgica con la maschera di ferro del regime Lukashenko. In Bielorussia i manifestanti stanno manifestando democraticamente e pacificamente. E tutto il mondo ne parla. Perfino i TG italiani, solitamente molto provinciali nel informare sulle notizie dal mondo, parlano spesso. Purtroppo i morti e feriti ci sono in tutte le manifestazioni. Forse non vi ricordate più che nella libera e democratica Francia durante il primo giorno della protesta dei gilet gialli a Parigi ci sono stati: 1 morto, 409 feriti e 282 arrestati.
    2. Poi, parlando delle nostre libertà “scontate” dobbiamo inevitabilmente tener conto che non è affatto ovvio che noi abbiamo le libertà elencate qui sopra. Anche noi da ben 6 mesi non possiamo scegliere dove andare, cosa fare, dobbiamo fare attenzione a cosa diciamo perché presto potresti essere accusato come complottista, terrapiattista o negazionista. Ci stanno indottrinando anche come è cosa pensare. Abbiamo rinunciato alle nostre libertà essenziali e con mansueta accettazione indossiamo la mascherina obbedendo anche noi ad un regime (sanitario). Il regime sovietico, dittatoriale, si basava sulla paura del più forte, invece il regime sanitario si basa sulla paura della morte. E questa paura paralizzante fa molta più presa sulla psiche umana.
    3. Ci rotoliamo sulla spiaggia? Ma… parli per Lei.
    La comunità lituana in Italia non è affatto indifferente a ciò che succede a due passi dalla frontiera europea. A tal proposito domani (23/08) alle ore 18.00 è stata organizzata la manifestazione a Roma “Non siamo indifferenti/ Catena umana per la Bielorussia. Siete tutti invitati a partecipare e a sostenere, almeno moralmente, il coraggioso popolo bielorusso.

    • ITLIETUVIAI.IT 2020-08-23

      Carissima Solveiga. La ringraziamo per il Suo gentile commento e siamo felici che Lei è una di quelle persone a cui sta a cuore la battaglia della libertà. Desideriamo per questo precisare il fatto che l’autrice dell’articolo è una delle principali ideatrici e organizzatrici della manifestazione pacifica a Roma “Non siamo indifferenti/ Catena umana per la Bielorussia”. L’idea, che è stata dalla redazione del portale ITLIETUVIAI.IT sviluppata nella simbolica Via Baltica – FreedomWay e, insieme alla comunità lituana a Roma, è stata organizzata a Roma. La nostra idea inoltre ha ricevuto un enorme ringraziamento e sostegno della comunità bielorussa in Italia tanto che loro stanno organizzando le manifestazioni sull’onda della Via Baltica in altre città italiane. Speriamo che Lei potrà unirsi ad una di queste manifestazioni simboliche che il 23 agosto 2020 alle ore 18:00 (ora italiana) coinvolgerà almeno 27 paesi e 45 città nel mondo.

SKELBTI