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Il culto di S. Casimiro in Italia: al Santo della Lituania pregavano sia i Medici che i meridionali desiderosi di proteggersi da tentazioni carnali

San Casimiro, il santo patrono celeste della Lituania, non a caso è finora profondamente adorato e amato in Italia, orgogliosa dell’abbondanza di santi e beati. Anche se il re del Granducato di Lituania e Polonia, famoso per la sua devozione e vita ascetica, non ha mai visitato l’Italia, le tracce di Casimiro si trovano sparse in tutto il paese. Ciò dimostra che non solo la Lituania e la Polonia, ma anche l’Italia ha pregato il santo che si è guadagnato il titolo di martire incruento. Egli era particolarmente venerato nel sud del paese, solennemente proclamato patrono della città di Palermo, dove gli abitanti chiedevano a S. Casimiro la protezione dai nemici interni, ovvero dalle tentazioni carnali. Sulla devozione profonda e sincera che esisteva in Italia per S. Casimiro ci sono a testimonianza gli affreschi e i dipinti pervenuti ai giorni nostri e le chiese a lui intitolate; vi sono conservate anche reliquie particolarmente importanti di questo santo lituano.

Raimonda Bojažinskytė
ITLIETUVIAI.IT

Il 3 ottobre 1458 a Wawel, nella famiglia del re di Polonia e Granduca della Lituania Casimiro IV e della regina Elisabetta d’Austria nacque il futuro patrono della Lituania e della gioventù, S. Casimiro. Nella famiglia reale crescevano 6 figli e 5 figlie. S. Casimiro era il secondogenito. Egli insieme ai fratelli aveva ricevuto ottima istruzione umanitaria e le conoscenze militari necessarie per un futuro re.

La devozione di Casimiro era stata ispirata dalla venerazione del culto della SS. Vergine Maria. Il giovane re crebbe e maturò come uno dei sovrani più promettenti d’Europa. Nel 1471 il giovane principe a soli tredici anni fu inviato in guerra per la corona ungherese. Sperando di occupare il trono ungherese che gli apparteneva secondo la linea ereditaria di sua madre, intendeva stabilire la giustizia, proteggere l’Ungheria e l’intera Europa dal più grande pericolo per tutta la cristianità ovvero dai turchi. Qui affrontò un vero fallimento: non ottenne il trono.

Il fallimento poteva essere considerato come un’onta, ma i suoi contemporanei non lo imputarono a Casimiro, per cui non perse l’onore. Casimiro, il più talentuoso di tutti i suoi fratelli, era caratterizzato da una precoce maturità spirituale, principi fermi, una posizione indipendente, capacità di valutare la situazione e determinazione nell’azione. Era un buono statista che gestiva in modo indipendente affari economici, finanziari, militari, legali, clericali.

Casimiro era molto apprezzato, aveva dalla sua la stima della corte, suo padre si fidava di lui e le sue azioni affascinavano i contemporanei. Egli sostituiva il padre nell’amministrazione dello stato in modo esemplare e partecipe, non chiudendosi nel lusso della residenza reale. Egli era estraneo ai divertimenti del palazzo. Il giovane principe aveva spesso infranto l’etichetta della residenza reale: era famoso per la sua devozione, vita da asceta, opere di amore per il prossimo.

Il giovane Casimiro viveva nel palazzo reale come monaco di rigoroso ordine, apprezzando il tempo che trascorreva al lavoro e in preghiera. Non amava i vestiti stravaganti, spesso non poteva essere invitato a pranzo perché si dedicava alla preghiera o si occupava dei poveri. Sosteneva viaggiatori, malati, detenuti e persone in difficoltà. Proteggeva e difendeva vedove e orfani. Era coinvolto in attività di chiese e monasteri, soprattutto francescani.

Nel 1483 Casimiro si ammalò di tubercolosi, di una forma con peggioramento  progressivo. Si ritiene che abbia contratto la malattia dai poveri di cui si occupava, perché nessuno della famiglia reale l’aveva contratta. Fino al XIX secolo si credeva che la tubercolosi potesse essere curata con l’amore carnale, così al giovane principe venivano offerte concubine. Ma Casimiro era fedele e obbediente al sesto comandamento di Dio, per cui disse fermamente che avrebbe preferito morire piuttosto che essere contaminato.

Oggi è infondato ritenere che S. Casimiro fosse costantemente tormentato dalla malattia, che fosse deperito e quello stato di indebolimento fosse il motivo principale della sua devozione. Al contrario, le testimonianze riportano il suo operato attivo fin quasi alla morte; ai contemporanei egli ispirava tante speranze per il futuro. Casimiro è morto all’età di ventisei anni, la mattina del 4 marzo 1484, nella cappella del Castello di Grodno dopo la S. Messa, mentre il coro reale cantava il suo canto amato di 63 versi “Omni die dic Mariae”, composto  da Bernardo de Morley. Il corpo del giovane re fu portato a Vilnius con una processione funebre e sepolto nella cappella reale della cattedrale di Vilnius.

Chi conosceva Casimiro lo considerava un santo e ben presto si iniziò a sentire parlare dei miracoli a lui attribuiti. Nel luogo della sua sepoltura, i fedeli attaccavano simboli di cera e argento come ringraziamento per le grazie ricevute. Nel 1501 il Papa Alessandro VI scrisse nella sua breve di aver sentito parlare di molti miracoli sulla tomba del re Casimiro.

A Roma arrivarono lettere con proposte e richieste di proclamare Casimiro santo e fu iniziato il processo di canonizzazione del re Casimiro. Nel legato di papa Leone X al vescovo Zaccaria Ferreri, fu affidato lo studio della vita del futuro santo. Nel 1521 Z. Ferreri aveva pubblicato la biografia “Vita beati Casimiri, scripta Vilniae”, in cui parlava della vita di Casimiro e aveva descritto il suo aspetto fisico.

Z. Ferreri scrisse che Casimiro era un bel giovane con i capelli neri e gli occhi scuri, imparziale, contenuto, di forte animo, saggio, e conosceva lituano, polacco, tedesco e latino. Disse che indossava il sacco, digiunava, pregava di notte alla porta chiusa della chiesa, soccorreva i poveri e i malati e amava molto la virtù della castità.  In Lituania la devozione in Casimiro non scomparve, nonostante le Riforme protestanti del XVI secolo, che non riconobbero il culto dei santi e la morte di papa Leone X che provocò il “congelamento” del processo di canonizzazione.

Nel 1602 Papa Clemente VIII proclamò Casimiro santo, nella sua breve permise la celebrazione di S. Casimiro in Lituania e Polonia e approvò i testi liturgici dedicati al santo. Durante il processo di canonizzazione, Casimiro si guadagnò il titolo di martire incruento. Nel 1636 Papa Urbano VIII proclamò S. Casimiro patrono della Lituania, e nel 1948 Papa Pio XII lo proclamò patrono della gioventù lituana. 

S. Casimiro era adorato non solo in Lituania: anche i credenti italiani lo pregavano, sebbene Casimiro non avesse mai visitato l’Italia. Il vescovo Z. Ferreri raccolse dati per la canonizzazione nel XVI secolo, mentre altri autori italiani più tardi nel XVII secolo avrebbero contribuito attivamente per celebrare il culto di S. Casimiro in Italia.

Venerazione nel Sud Italia

Le reliquie di S. Casimiro sono arrivate a Napoli con gli Asburgo, che avevano legami dinastici con la Polonia e la Lituania. Nella Chiesa di San Giorgio Maggiore a Napoli c’era la cappella di S. Casimiro, che ospitava una grande scultura lignea del santo e delle sue reliquie, ma purtroppo non è pervenuta ai giorni nostri a causa di incendi, terremoti e guerre.

Nel 1636, S Casimiro fu proclamato il patrono della città di Palermo con grandi celebrazioni. Nella pubblicazione datata 1636 del monaco agostino Illarione, che si occupava di glorificazione e riverenza di S. Casimiro in Sicilia, “Il trionfo di San Casimiro principe di Polonia” vengono descritte le celebrazioni della canonizzazione e della sua vita. Mentre in Lituania S. Casimiro era sempre stato il patrono e il salvatore da nemici esterni, per i palermitani S. Casimiro era la protezione e lo scudo da nemici interni, ovvero le tentazioni carnali. La dott.ssa Sigita Maslauskaitė-Mažylienė, ricercatrice d’arte dell’arcidiocesi di Vilnius e direttrice del Museo del Patrimonio Ecclesiastico, ha raccontato nella discussione organizzata dal portale ITLIETUVIAI.IT “Le impronte lituane nelle chiese italiane e il culto dei santi lituani in Italia” che in questa pubblicazione, che corrisponderebbe a un volantino pubblicitario di oggi, era inclusa un’immagine e i giovani siciliani erano invitati a riprodurla: infatti, S. Casimiro avrebbe protetto chi avesse indossato questo scapolare sul collo da una fiamma calda interna, caratteristica del temperamento italiano, per aiutare ad evitare conflitti e controllare i desideri sessuali.

Il monaco Illarione scrisse che dopo queste feste non c’erano case a Palermo senza un’immagine o un ritratto di S. Casimiro e che uno su due ragazzi battezzati prendeva il nome di Casimiro. In quell’occasione furono qui realizzate numerose opere raffiguranti la vita e i miracoli del santo. A Palermo, la Galleria Regionale della Sicilia nel Palazzo Abatellis espone l’opera del celebre pittore siciliano Pietro Novelli, il quadro dipinto nel 1636 ed intitolato “Incoronazione di S.Casimiro”(olio su tela, 335 × 229 cm) – l’unica opera pervenuta ai giorni nostri della grande cerimonia di canonizzazione di S.Casimiro a Palermo.

L’aristocrazia siciliana si dava battaglia per l’opera di Pietro Novelli, detto Monrealese. Egli era il più famoso pittore e architetto siciliano del XVI secolo siciliano, chiamato da suoi contemporanei il Raffaello della Sicilia, il Van Dyck siciliano. Non sorprende il fatto che il suo dipinto “Incoronazione di S. Casimiro” fu commissionato dalla duchessa di Terranova, Stefania d’Aragona, e fu dedicato all’altare centrale della Chiesa di San Nicola da Tolentino a Palermo. Il dipinto fu successivamente spostato sull’altare della quarta cappella della navata sinistra, e nel XIX secolo a causa dell’edificio pericolante e la chiusura della chiesa, il pregiato dipinto venne trasferito al museo.

In Sicilia, nella città di Cefalù, nel Museo Mandralisca è esposto un ritratto immaginario  di S. Casimiro (olio, tela, 72 × 60 cm), risalente alla seconda metà del XVII sec., dipinto da un artista sconosciuto e appartenente alla cosiddetta collezione “Cirincione”. Nel 1873 un noto avvocato locale, Vincenzo Cirincione, prima di morire, lasciò alla città di Cefalù oltre 140 dipinti, tra cui il già citato il ritratto di “S. Casimiro” che è un ritratto del sovrano reggente in mano lo scettro, sicuro di sé con un volto grande. Per la realizzazione del ritratto probabilmente aveva posato un “uomo reale”, forse un italiano di nome Casimiro, o uno che in questo modo desiderava esprimere la sua devozione al santo, chiedendo di essere ritratto come un sovrano con uno scettro e un manto di ermellino. La scritta sullo sfondo conferma che questo è S. Casimiro. Questa immagine insolita di  S. Casimiro potrebbe essere spiegata dalla tradizione europea dell’antichità di raffigurare la persona come un eroe dei miti, una figura biblica o un santo.

Una reliquia unica custodita a Firenze

Nel XVII secolo anche una delle famiglie più influenti di Firenze, i Medici, venerava S. Casimiro. A tal proposito, la devozione verso S. Casimiro a Firenze iniziò a partire dal XVII secolo e fu viva fino al secondo dopoguerra. Nella Basilica di San Lorenzo, nella cappella dei Medici dove è esposto il tesoro della famiglia, è conservata anche un’opera unica di arte orafa Il Reliquario di S. Casimiro (argento, oro, vetro 83×59x23cm), in argento dorato scolpito, forgiato, inciso e fuso.

La capsula della reliquia di S. Casimiro, ricoperta dai rami e nastri di gigli d’argento, è posta su un piedistallo sorretto da figure di angeli e coronata dalla mitria del granduca con l’iscrizione: “S.CASIMIRUS MAGNUS DUX LITUANIAE; MALO MORI QUAM FOEDARI ”(San Casimiro, Granduca di Lituania; preferirei morire piuttosto che essere disprezzato). Il famoso scultore e orafo della corte di Firenze, Massimiliano Soldani Benzi, creò questa reliquia nel 1687-1688 su commissione del duca di Toscana, Cosimo III de’ Medici.

Dopo che il duca Cosimo III nel 1675 aveva espresso il desiderio di ricevere la reliquia di S. Casimiro, era iniziata una corrispondenza tra il vescovo di Vilnius Mikalojus Steponas Pacas e il duca Cosimo III, durata quattro anni, e mediata dal generale della Compagnia di Gesù,  il famoso mecenate d’arte Giovanni Paolo Oliva. È noto che nella seconda metà del XVII secolo le reliquie di S. Casimiro furono condivise dallo stesso vescovo M. S. Pacas, ma quando le richiedevano i famosi reali e nobili, le reliquie venivano trattenute o si trovava un motivo per non rispondere alle richieste.

Nel frattempo il 27 ottobre 1677 venne aperta la bara di S. Casimiro e Firenze ricevette la più grande reliquia del santo re conosciuta oggi: al duca Cosimo III venne inviato l’intero femore di S. Casimiro, posto in un lussuoso reliquario rettangolare di ambra baltica (1677–1678, legno, ambra, oro, argento, avorio, 35x56x20 cm). La base del reliquario è lignea, la cui parte esterna è completamente ricoperta da varie lamine di ambra, intarsiate con oro, argento e avorio; l’interno invece è rivestito di seta rosso scuro (cremisi).

Sulla parte anteriore del reliquario ci sono due sportelli, mentre l’intero reliquario è decorato con immagini di 35 santi e sante; tra questi ci sono S. Agostino, S. Paolo, S. Giovanni Evangelista, S. Lorenzo, S. Francesco d’Assisi, S. Cristina, S. Barbara. Nella parte superiore è incastonata la figura di S. Casimiro cavaliere in ambra, che ricorda molto lo stemma della Lituania, “Vytis”. Secondo fonti d’archivio, gli scienziati italiani sono riusciti a stabilire che il vescovo di Vilnius aveva ordinato due casse dagli orafi di Danzica, una in argento e una in ambra. In quella di argento, che non è pervenuta fino ad oggi, fu posto il femore di S. Casimiro; successivamente l’osso del santo fu posto all’interno del reliquario rettangolare d’ambra.

La dott.ssa. Sigita Maslauskaitė-Mažylienė ha raccontato che per molto tempo si riteneva che il vescovo di Vilnius M. S. Pacas avesse inviato la reliquia di S. Casimiro a Firenze impacchettata in modo modesto senza alcuna custodia lussuosa, solo con un documento firmato dallo stesso vescovo M. S. Pacas (1677, 595 × 310 mm) che conferma l’autenticità della reliquia, conservato oggi a Firenze negli archivi della Basilica di San Lorenzo. Il reliquario d’ambra dal 1934 è esposto a Palazzo Pitti a Firenze e non era inizialmente collegato alla reliquia di S. Casimiro. La scoperta che si trattava proprio del reliquario di S. Casimiro, con il quale la reliquia del santo era arrivata a Firenze, è avvenuta solo nel 2014, durante l’allestimento della mostra Sacri Splendori nel Palazzo Pitti per presentare i tesori dei Medici.

Da tre secoli la galleria di Palazzo Pitti a Firenze espone l’opera “San Casimiro” (olio, tela, 95x79cm) del celebre artista barocco fiorentino Carlo Dolci, accanto a opere di artisti di fama mondiale. Questo quadro è stato dipinto dall’artista nel 1670-1671 e commissionato dal Granduca di Toscana Cosimo III e del Cardinale Carlo Medici.

Nel quadro di C. Dolci,  S. Casimiro è raffigurato in estasi di preghiera mentre canta il suo canto preferito a Maria, “Omni die dic Mariae”. Il santo tiene una mano appoggiata sul petto, mentre nell’altra mano c’è una pergamena con le parole di questo canto. Le opere di questo artista sono molto realistiche, ogni dettaglio è molto preciso. C. Dolci rappresentò spesso immagini di santi, dipingendo tele di piccolo formato a tema religioso che oggi sono conservate nei musei più famosi del mondo.

Le tracce sono sparse in tutto il Paese

Viaggiando in Italia, non bisogna stupirsi di trovare in luoghi del tutto inaspettati, come una chiesa intitolata a S. Casimiro, oppure trovare un’immagine di S. Casimiro in una vetrata o affresco sul muro entrando in una chiesa ancora non visitata a Roma o in un piccolo borgo medievale.

In Puglia, a Cerignola, proprio nei campi sulla strada per andare a Canosa, c’è una piccola chiesa accanto agli edifici di una grande fattoria (Masseria), che nelle sue dimensioni ricorda una cappella, intitolata a S. Casimiro. È stata costruita nel 1758 dal proprietario di queste tenute, il duca di Egmont Casimiro Pignatelli. Sull’altare barocco della chiesa era appeso un quadro raffigurante S. Casimiro, in seguito trasferito alla Pinacoteca di Bari, mentre la chiesa oggi è un deposito. A proposito, sempre nella Pinacoteca di Bari è esposto un dipinto del XVIII sec., realizzato da un pittore napoletano sconosciuto “L’Apparizione di SS. Trinità a S. Casimiro” (olio su tela, 192 x115 cm), acquistato in un negozio di antiquariato diversi decenni fa. 

A Roma in via S. Sebastianello, nella cappella della Congregazione della Resurrezione, è sepolto uno dei fondatori di questa congregazione, un lituano proveniente da Gelgaudiškis, Jeronimas Kaisevičius, che prese parte alla rivolta di Roma del 1831. La parete della facciata della cappella è decorata con 5 vetrate, quattro delle quali sono correlate alla Lituania e una di esse raffigura proprio S. Casimiro.

Quando si entra nella chiesa San Gioacchino in Prati, attiva dal 1898, nella cappella polacca vi è un quadro “La Madre di Dio di Częstochowa sul trono“, e  vicino a S. Edvige e S. Giuseppe è raffigurato S. Casimiro con in mano un giglio.

A circa 50 chilometri da Roma, vicino al paese di Capranica Prenestina, c’è il Santuario della Mentorella, che Papa Giovanni Paolo II amava visitare. E qui, nella navata centrale della chiesa, vi è un affresco maestoso del XIX sec. raffigurante il santo patrono della Lituania, che, non a caso divenne amato e profondamente adorato in Italia, già orgogliosa dall’abbondanza di santi e beati.

Tradotto dal lituano da Ieva Musteikytė

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