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Il film della regista lituana “Sopravvivere all’estate”: un tocco poeticamente ironico per un tema difficile

In una delle sale più suggestive di Roma – alla Casa del Cinema a Villa Borghese all’aperto – il debutto della giovane, anzi giovanissima regista lituana Marija Kavtaradzė, ha sorpreso, emozionato e ha fatto riflettere.

Daiva Lapėnaitė
ITLIETUVIAI.IT

“Il cinema lituano è una delle più grandi sorprese della cinematografia mondiale degli ultimi anni – così ha esordito il direttore della Casa del Cinema Giorgio Gosetti – È perché a me sembra che abbia questa caratteristica della serietà degli argomenti trattati e di fantastica leggerezza, ironia, umanità, calore, poesia nel modo in cui buona parte dei suoi cineasti raccontano delle storie. Storie che ci sembrano così lontane e invece sono assolutamente universali che ci riguardano molto più da vicino”.

Con queste parole l’esperto del cinema G. Gosetti ha presentato al pubblico romano il film “Sopravvivere all’estate” (Summer Survivors) della ventinovenne regista lituana Marija Kavtaradzė.

Direttore della Casa del Cinema Giorgio Gosetti, a sinistra, e critico cinematografico Boris Sollazzo © Sima Šilingytė

“Sopravvivere all’estate”, che affronta il tema difficile e delicato della salute mentale, ha ricevuto lodi dai critici cinematografici, riconoscimenti nei festival internazionali e ha catturato il pubblico. Per quanto il pubblico di Roma sia diverso ed esigente è rimasto rapito ed emozionato dalla storia, scritta e diretta da una ragazza dall’aspetto quasi infantile. Capelli biondi, occhi verdi, nemmeno una ruga. Eppure di rughe Marija Kavtaradzė né ha, ma sono quelle che non si vedono. Forse per questo le riesce affrontare un tema così complesso e difficile con tanta profondità, sensibilità e umanità ma anche con il tocco ironico, di speranza e con una prospettiva fresca.

“Il cinema lituano è una delle più grandi sorprese della cinematografia mondiale degli ultimi anni” Giorgio Gosetti.

“Quello che mi colpisce di più del cinema lituano è questo profumo da cinema indie europeo e una grammatica che noi non conoscevamo tanto come continente e che ha proprio quel tipo di racconto malinconico, divertente, autoironico che manca a molto altro cinema” ha affermato il giornalista e critico del cinema Boris Sollazzo alla presentazione dell film della regista lituana al pubblico sotto il cielo romano.

“Il film, che sottolineiamo è della regista che ha meno di trent’anni, è semplicemente straordinario, un modo nuovo di raccontare il cinema – ha aggiunto B. Sollazzo – Questo è un racconto on the road che la regista tratta con una tale sensibilità. Lei ha questa capacità di trattare degli argomenti molto profondi, molto complessi, molto difficili e anche delle scelte morali molto difficili con una profondità emotiva e una lievità nel guardare alle avventure e disavventure dei personaggi che è potentissima. Perché questa leggerezza diventa un potente veicolo dell’empatia”.

La proiezione di “Sopravvivere all’estate”, organizzata dal Lithuanian Film Centre, dall’Istituto di cultura lituano e dall’Ambasciata Lituana in Italia è stata inaugurata dall’Ambasciatore Ričardas Šlepavičius. Secondo l’Ambasciatore, “questo ambiente dell’estate romana e questo momento della pandemia sono un luogo e un periodo particolare per vedere questo film, che invia tanti messaggi. Messaggi che adesso possiamo vedere nei colori diversi e sentire attraverso la nostra esperienza recente. Cari sopravvissuti alla quarantena, sopravvivremmo anche questa estate”.

Ambasciatore della Lituania in Italia Ričardas Šlepavičius © Sima Šilingytė

L’anima dell’iniziativa, l’addetto culturale dell’Ambasciata Lituana Laura Gabrielaitytė-Kazulėnienė non nascondeva la gioia per l’evento riuscito. “E’ veramente bello che i lituani sono sempre così solidali, accorrono numerosi ed esprimono il loro sostegno. Ma questa volta è particolarmente piacevole la numerosa presenza del pubblico culturale, sono venuti diversi esperti dell’arte contemporanea, direttori di festival culturali, dei musei e tanti italiani.”

“Come sia possibile che una regista così giovane, come sia possibile che in Lituania le donne così giovani creino dei film così forti”.

“Sopravvivere all’estate”, presentato e premiato in diversi festival internazionali, riconosciuto come miglior film baltico alla Casa del Cinema, era solo un’apertura per il  festival più grande – Lithuanian Film Days, a causa della pandemia rimandato all’autunno 2021. Era solo un assaggio del cinema lituano che, secondo B. Sollazzo, “sarà uno splendido racconto cinematografico di un paese che ha davvero una visione diversa. Sarà una splendida ricerca di qualcosa di nuovo, al di là dei confini geografici”.

“Le reazioni del pubblico erano veramente entusiasmanti – ha detto l’addetto culturale L. Gabrielaitytė-Kazulėnienė – Dopo aver visto il film, le persone mi dicevano che sono rimaste sorprese, che gli è piaciuto e mi chiedevano come sia possibile che una regista così giovane, come sia possibile che in Lituania le donne così giovani creino dei film così forti”.

Addetto culturale della Lituana Laura Gabrielaitytė-Kazulėnienė © Sima Šilingytė

“Un film sicuramente da vedere – non ha dubbi la giornalista e fotografa Marina Macrì, appassionata della Lituania che ha creato il sito web Lithuanianstories – “Summer survivors” è uno di quei film che rimane dentro di te. Pur affrontando temi difficili quali sono le malattie mentali, e senza tralasciare la complessità di un argomento così eterogeneo, il film racconta la lotta dei protagonisti contro la malattia, anche con un pizzico di ironia e di speranza. La regista accompagna noi spettatori in un viaggio di conoscenza nelle difficoltà affrontate dai malati, che alternano momenti di tristezza, speranza e allegria. Le immagini che scorrono hanno sempre colori tenui, quasi sbiaditi e le riprese si soffermano spesso sui volti e le espressioni degli attori. Lo sguardo, spesso attraverso l’interno dell’automobile che li sta portando alla clinica in riva al mare, uno sguardo, il loro, verso quella che è definita “normalità”, separata dalla loro quotidiana battaglia contro la sofferenza. Ma che, allo stesso tempo, coinvolge tutti noi, e ci porta a riconsiderare lo stesso concetto di normalità”.

“È uno di quei film che rimane dentro di te” Marina Macrì.

“Il film mi ha travolto completamente – ha commentato Daniela Scatena, una romana appassionata del cinema – Raccontare un tema così difficile con una tale leggerezza mi ha commosso, mi ha emozionato totalmente“.

La presidente della comunità lituana in Italia Elzė Di Meglio ha confessato che il film della regista lituana ha lasciato una doppia emozione. “Il semplice fatto di poter vedere un film lituano sotto il cielo romano in questo parco splendido è già un’emozione unica. Ma le emozioni molto più profonde mi ha lasciato il film stesso. Raccontare una storia tanto complicata, tragica addirittura che fa venire crepapelle, ma nello stesso tempo con tanta ironia e humour facendo il pubblico scoppiare dalle risate, questo credo sia un talento straordinario”.

Presidente della comunità lituana in Italia Elzė Di Meglio, terza dalla sinistra © Sima Šilingytė

La presidente della comunità lituana ha osservato che sia lei che molti altri si sono riconosciuti in uno o altro personaggio della storia e hanno avuto l’impulso di soffermarsi a riflettere sulla vita, le connessioni umane, la solitudine e l’importanza della comunicazione.

“E stata una vera festa: il bellissimo parco, tutte queste persone, l’atmosfera di una notte d’estate. Sono tornata a casa arricchita e piena di empatia” ha detto E. Di Meglio.

Proprio questa era la palette delle emozione che la regista sperava di trasmettere al pubblico.

“Non sono mai stata a Roma, ma amo tanto l’Italia – ha confessato la regista lituana Marija Kavtaradzė – L’Italia mi affascina con la sua cultura e ovviamente, il cinema. Adoro Michelangelo Antonioni,  Alice Rohrwacher e Luca Guadagnino. I registi italiani hanno questa capacità di trasmettere lo stato d’animo e, sembrerebbe, addirittura le sensazioni fisiche. Sono molto felice che il mio film abbia toccato il pubblico tanto esigente quanto è il pubblico romano”.

“L’empatia è come un muscolo e deve essere costantemente allenato. È proprio questo che vorrei che lo spettatore sentisse – almeno una goccia di empatia in più per chi gli è vicino e per se stesso” regista M. Kavtaradzė.

“Sopravvivere all’estate” è stato già presentato al Festival del Cinema Europeo a  Lecce dove ha ottenuto il riconoscimento del pubblico e nel Riviera International Film Festival dove ha ricevuto Sky Special Award e nel prossimo futuro dovrebbe essere trasmesso su Sky tv

Che cosa vorresti che lo spettatore si portasse a casa dopo aver visto “Sopravvivere all’estate”? ITLIETUVIAI.IT ha chiesto alla regista lituana.

Mi è piaciuta la frase che ho sentito diverse volte, cioè che l’empatia è come un muscolo e deve essere costantemente allenato. È proprio questo che vorrei – che lo spettatore si portasse via almeno una goccia di empatia in più per chi gli è vicino, e magari soffre, e per se stesso.

Nel tuo film affronti il tema della salute mentale. Da dove viene l’interesse per questo argomento così delicato, non proprio popolare, spesso un tabù?

Credo che l’argomento sia rilevante in tutto il mondo. Le malattie mentali vengono discusse sempre più audacemente e apertamente: le persone condividono le loro esperienze e cercano aiuto. Volevo cercare il confine tra ciò che consideriamo “normale” e “anormale” per parlare delle relazioni umane e dell’importanza che hanno nel processo di guarigione, nonché delle delicate manovre tra la vita e la morte.

“Sopravvivere all’estate” ha ricevuto riconoscimenti ai festival internazionali, elogi dai critici, è stato proclamato il miglior film nei Paesi baltici. Un tale successo… Come ti fa sentire?

Naturalmente, ogni apprezzamento è molto piacevole e importante e per diversi motivi. In primo luogo, l’apprezzamento è pubblicità e la pubblicità dà la speranza che più persone vedranno il film, il che è molto importante per me, dopo tutto, faccio i film pensando allo spettatore ed è importante per me che il film lo raggiunga. L’altra cosa è la soddisfazione per la squadra. È tanto bello quando le persone che hanno creato il film insieme possono rallegrarsi del successo, sapere che il loro duro lavoro è apprezzato.

Marija Kavtaradze
Regista Marija Kavtaradzė durante le riprese di “Sopravvivere all’estate” © Vismantė Ruzgaitė
Quali aspettative avevi mentre scrivevi la sceneggiatura e giravi il film? Immaginavi tutta questa acclamazione internazionale?

Quando si realizza un film, c’è sempre tanta ansia: che il film sia compreso, che trovi il suo spettatore. È spaventoso permettersi di sognare il successo, ma ovviamente ci provo, mentre lavoro mi impegno al massimo che posso e spero di riuscire. Tuttavia, questa speranza è sempre mescolata alla paura, quindi è meglio concentrare tutta l’energia sul processo creativo.

“La paura può anche essere utile, perché se hai paura, significa che stai rischiando qualcosa e se stai rischiando qualcosa, c’è la speranza che tu ci riesca” M. Kavtaradzė.

Parli di paura. È una compagna così frequente nelle nostre vite e spesso ci frena prima ancora di iniziare a fare qualcosa. Spesso siamo sopraffatti dalla paura di non essere copresi, amati, dalla paura di fallire e poi c’è il critico interiore… Come affronti le tue paure?

In effetti, la paura nel processo creativo è una cosa molto normale. Credo di non avere un metodo per gestirla o almeno non sto andando molto bene. Sto solo cercando di non permettermi di non fare qualcosa solo perché ho paura. Cerco di accettare la paura come una compagna naturale nel processo creativo. In effetti, la paura può anche essere utile, perché se hai paura, significa che stai rischiando qualcosa e se stai rischiando qualcosa, c’è la speranza che tu ci riesca.

Nella descrizione del tuo film c’è scritto che “è una storia calda ed eccitante, che – come l’estate – è piena di luce, sorprese e speranza che tutto sia possibile”. È il riflesso della tua visione della vita?

Forse per me la speranza è uguale alla fede. Ma anche in questo film, come nel caso della vita, la speranza è costantemente in bilico sull’orlo della sopravvivenza. Dopo il film, il pubblico di solito si divide in due parti – per alcuni il film sembra con un finale di speranza, per altri – piuttosto senza speranza.

Nel film, i personaggi molto diversi uno dal altro scoprono una connessione e si aiutano a vicenda per combattere i loro demoni interiori. Come trovi questa connessione con le persone diverse e con quali demoni combatti come regista e come essere umano?

Per me è un apprendimento continuo: accettare le persone, scoprire un linguaggio comune con persone diverse in tutti i campi, sia quello creativo, che nel lavoro e nella vita. Di demoni ne ho abbastanza, forse pian piano e gradualmente li esaminerò nel mio lavoro.

Uno dei tre protagonisti del film, Paulius, dice: “E se non fossi malato? E se fossi solo una persona fottutamente tremenda?” Ti capita di avere tali pensieri?

Sono molto contenta perché questa frase è rimasta impressa a molti spettatori, in tanti mi hanno detto di esserne rimasti toccati, soprattutto le persone che devono affrontare le malattie mentali. Questa domanda mi suona tanto dolorosa, e in effetti, in fin dei conti, le malattie mentali sono invisibili e talvolta possono mettere in discussione “se sei davvero malato”. Questo pensiero mi è vicino e, anche se spesso non sono d’accordo con quello che dicono i miei personaggi, posso capirli.

In Italia, dove il coronavirus ha colpito drammaticamente non solo in termini di vittime e indicatori economici, ma anche psicologicamente, durante la quarantena le frasi come “tutto andrà bene”, “tutto passerà” sono diventate molto popolari. Nel tuo film queste frasi non sono soltanto pronunciate, ma si respirano pure. Credi che tutto passerà, che tutto andrà bene?

Sì e no. Penso che le cose non andranno bene perché non sono mai state bene. Anche se tornassimo esattamente allo stesso punto in cui eravamo prima della pandemia, non potremmo  dire che tutto va bene. Però credo che tutto passa. Può sembrare strano, ma sono più positivamente pessimista. Quando dico a me stessa che le cose non vanno bene e che prima o poi le cose andranno male, vivo più tranquilla piuttosto che dicendomi che tutto presto si sistemerà e tutto andrà bene.

La filosofia della positività e l’incoraggiamento di vivere con il sorriso stampato sulla faccia non  fa parte della mia filosofia. Mi sembra che la rabbia, l’ansia, la disapprovazione della situazione attuale siano motori molto più potenti per la creatività. Oh, e per la vita, penso che sia giusto non avere delle aspettative troppo alte.

Una parte dei ricavi del film sarà destinata alla linea verde di supporto psicologico in Lituania. Noi, esseri umani, siamo tanto malati?

Penso che siamo tutti gravemente malati in tutto il mondo. Alcuni ne parlano di più, altri meno. Vedo molti problemi, uno dei quali è la crescente solitudine. Da qualche parte ho sentito il concetto come “l’epidemia della solitudine”. Mi spaventa e mi rattrista e allo stesso tempo mi crea un enorme interesse. Proprio questo è il tema centrale del mio lavoro.

Marija, come sei finita nei panni della regista?

Sin da piccola mi piaceva guardare i film e con mia sorella (drammaturgo e attrice Tekle Kavtaradzė) andavamo spesso al teatro. Ricordo a undici anni di aver letto un libro che mi aveva fatto una grande impressione e ho fatto dei disegni sul mio taccuino di alcune scene del libro come le avrei girate in un mio film. Quando mi sono diplomata, ormai frequentavo da anni sia i teatri che i club cinematografici e non avevo dubbi sulla mia scelta, ero sicura di voler imparare a fare il cinema.

“Se qualcuno potesse dire che ero una persona semplice e forse sono persino riuscita ad aiutare qualcuno, questa per me sarebbe un’ottima valutazione” regista M. Kavtaradzė.

Prova ad immaginarti nelle ultime ore della tua vita. Cosa ti piacerebbe rivedere guardandoti  indietro nel tuo viaggio della vita? Perdonami se sembra macabro, ma cosa vorresti che fosse scritto nel tuo necrologio?

Qualcosa di molto semplice. Ciò che è più gratificante per me non è la lista dei risultati, ma semplicemente un complimento per me come persona. Se qualcuno potesse dire che ero una persona semplice e forse sono persino riuscita ad aiutare qualcuno, questa per me sarebbe un’ottima valutazione.

Torniamo all’attuale viaggio della vita. Nel film, l’azione si svolge proprio in un viaggio che, come dice la presentazione del film, si trasforma nel primo passo verso la guarigione. Tu viaggi molto? Cos’è un viaggio fa per te?

Con il film ho dovuto visitare molti paesi, molti festival diversi. Però non sono una grande turista, mi piace viaggiare e fingere di vivere lì – camminare per le strade, sedermi nei caffè, lavorare come se fossi una persona del posto. Di solito non corro a vedere i così detti “luoghi da visitare”, semplicemente cerco di assaporare il posto in quel momento. Indubbiamente, l’Italia è perfetta per questo.

Non vedo l’ora quando si potrà tornare a viaggiare con meno restrizioni e potrò di nuovo tornare in Italia. Mia cugina vive a Palermo, è una città fantastica che ho visitato subito dopo aver finito le riprese di questo film. Ogni volta che voglio riposare, mi immagino in Italia (sorride). E ora ho anche una bellissima “scusa” – recentemente è nata la mia nipotina siciliano-lituana e non vedo l’ora di vederla.

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