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Fotografia e suono si incontrano in una polifonia di nudi

Scatti di nudo e composizioni sonore, uniti in quella che l’artista lituana Neringa Rekašiūtė definisce un’opera interdisciplinare, Corpo Polifonico, in corso al Palazzo Pirola di Gorgonzola dal 24 marzo al 3 aprile. Il suono degli antichi canti pagani destrutturati in chiave moderna, ridà vita e voce alle fotografie di donne e uomini ritratti nei momenti di transizione, trasformazione e incontro con la natura e con sé stessi. Corpi che si spogliano del proprio involucro contemporaneo, un gesto al contempo semplice e iniziatico, per ritornare all’origine delle origini. In questa intervista, l’artista lituana racconta il come e il perché del suo progetto.

Jurga Pociūtė Alessi  

Neringa Rekašiūtė (1988) è un’artista interdisciplinare che utilizza fotografia, poesia, video, suono e performance come mezzi della sua ricerca artistica. Neringa è famosa in Lituania e all’estero per i suoi progetti artistici che affrontano temi socialmente sensibili: We.Women, They Won a Lottery, Islam in Lithuania, Many of Us, Supersheroes, 9 Lindens, Men are Flowers, Post-Nuclear Identity. Le sue fotografie sono state pubblicate su The Guardian, The Huffington Post, Dazed&Confused, Vanity Fair Italia, La Repubblica, Radio Free Europe.

Corpo polifonico: come è nata l’idea di unire fotografia e suono? Perché proprio gli antichi canti polifonici?

Tutta la mia opera la definirei una ricerca di connessioni con me stessa e con gli altri. In questo frammentato mondo moderno le possibilità di connettersi in teoria sono versatili come non mai e capaci di annullare la distanza, ma in realtà viene a mancare quel genuino, tangibile, trascendentale stare con sé stessi e gli altri. Questo paradosso a mio avviso è dovuto al rapido sviluppo tecnologico a cui le nostre menti e i nostri corpi faticano a stare dietro, non si sono adeguati a tale velocità. Viviamo in un’epoca di tecno-feudalesimo con coscienze impossessate e corpi schiavizzati. Per questo il mio obiettivo, prima di tutto come essere umano e poi artista, è cercare come liberarsi, come percepire il proprio corpo in modo nuovo, superando la rigidità dettata dalla razionalità. Ecco perché sento vicini i corpi nudi che cercano connessioni con la natura, con la luce, gli uni con gli altri.

I canti polifonici invece sono un brusio di voci che si intrecciano nei mantra primordiali dove il significato delle parole spesso è andato perduto, perciò la mente può rilassarsi e immergersi nell’essere. Non ci sono voci principali, si tratta di una pratica comunitaria: solo insieme si intreccia quella ghirlanda di voci. Certi canti polifonici lituani sono così arcaici che cantarli è come compiere il viaggio di Gilgamesh che scende sotto le acque degli Inferi per cogliere la pianta della giovinezza. Quei suoni risvegliano dentro di noi qualcosa che è difficile spiegare a parole. Unire fotografia e suono, la bidimensionalità e la dimensione più esperienziale, mi ha permesso di risvegliare i miei scatti dando la possibilità allo spettatore di guardarli non soltanto con gli occhi della mente.

Elementi primordiali e la circolarità del tempo, perché è importante per noi cittadini del Ventunesimo secolo riavvicinarsi a quell’origine delle origini?

Non vorrei perdermi nelle teorie dettate dalla mente perché sento comunque l’influenza del mondo accademico fatto di linee e strutture. L’idea del progresso infinito e lineare non è altro che un sogno dal quale è ora di svegliarsi. È un’idea che sta annientando la Terra, la natura, gli animali e noi stessi. La percezione circolare del mondo è legata invece a una parte dimenticata del nostro essere. La natura, la luna, persino le mestruazioni seguono ritmi ciclici. La circolarità consente di comprendere meglio l’importanza del riposo, della calma, dell’attenzione non dispersa. La natura si quieta, quasi muore per poi rinascere. L’uomo invece, all’interno di questo sistema, sta trattando il proprio corpo come una macchina cui puoi sostituire un pezzo rotto in qualsiasi momento. E questo mi spaventa, sono cresciuta circondata da questo approccio nella società post-sovietica che ha adottato le leggi del mondo capitalista in fretta e senza uno sguardo critico. Le immagini che prevalgono oggi sono quelle del corpo inteso come veicolo, strumento, progetto. Io vivo il corpo come possibilità di sentire la gioia, l’indivisibilità, l’integrità di questa incarnazione. In un certo senso la mostra parla proprio di questo, di superare la dualità.

Spiegaci meglio la tua idea del corpo.

Sono ancora nel processo della sua definizione. Però sento chiaramente che il modo in cui trattiamo i nostri corpi divinizzandoli o demonizzandoli e addirittura banalizzandoli, consegue dal fatto che sono malati. Il corpo malato per me significa il nostro pianeta malato, significa tutta questa pandemia, lo spreco, l’esaurimento, la paura della morte. Forse è perché non abbiamo più Dio nel quale trovare appoggio. Non so in Italia, ma a livello mondiale sempre meno persone si ritengono praticanti di religioni monoteiste. Non vorrei sembrasse che ne difenda la necessità perché non è così. Tuttavia la religione rappresentava una possibilità di condivisione, integrità, fluidità, flessibilità. Una possibilità di superare l’io individuale. Intendo dire che ci mancano questi momenti di trasgressione e incontro. Forse non dovrei parlare per tutti ma i crescenti numeri di suicidi tra i giovani e l’epidemia della solitudine di cui parlano i sociologi, mi spingono a farlo.

Le tue radici sono importanti per te? Quanto influiscono sulla tua opera?

Ne parlavo recentemente con un’amica regista di teatro che per lavoro vive tra la Germania e la Lituania e mi diceva di un nuovo sguardo con cui guarda la sua terra ora che ci trascorre meno tempo. Uno sguardo che rende tutto più nitido, più prezioso.

Conosco bene quel sentimento perché per quattro anni ho vissuto a Londra. In quegli anni ho realizzato che la Lituania mi chiamava a tornare, e io non potevo resistere. Conquistare Londra non aveva senso per me, volevo fluire come acqua nei fiumi lituani, correre scalza nei prati e nei boschi. Il rapporto che hanno i lituani con la natura è forte, plasmato dalle vicende storiche e traumi del nostro Paese: basti pensare che siamo stati gli ultimi pagani dell’Europa oppure che i nostri partigiani venivano chiamati i fratelli del bosco. La Lituania è molto elfica e mitologica, la natura qui è speciale, ancora oggi ci sono molti luoghi di culto pagano. La mia opera è intrisa di questa mitologia, così come lo è il mio rapporto con la natura e l’arcaicità.

Se potessi riassumere la tua fotografia in un messaggio, che messaggio sarebbe?

Mi ripeterò, ma solo perché è davvero quello che sento di più: connessione. Per me fare fotografia ha a che fare con la ricerca di comunione e comunità e trovo modi sempre nuovi per farlo. Qualsiasi sia il formato, fotografia, poesia o video, la sostanza non cambia: si tratta sempre di cercare di connettere e unire, di invitare al dialogo, di vivere un’esperienza condivisa. Nel percorso di trasformazione, che sia esso individuale o collettivo, credo molto nel potere esperienziale. È ingenuo pensare di poter raziocinare tutto, di sapere ogni cosa. Finché non lo incorporiamo, tutto il nostro sapere non è altro che un sonaglio vuoto.

Cosa significa per te fare questa mostra in Italia?

Significa come minimo magia. Una sensazione tanto strana quanto speciale. In passato ho fatto diverse mostre ma si trattava di opere molto differenti da quelle che esporrò qui. Potrei dire, quasi letteralmente, che sto portando il mio cuore in Italia.

Cosa: mostra dell’artista lituana Neringa Rekašiūtė, Corpo Polifonico

Dove: Palazzo Pirola, Piazza della Repubblica 1, Gorgonzola (MI)

Quando: dal 24 marzo al 3 aprile, 2022
Apertura ufficiale: 24 Marzo, ore 18:00
Inaugurazione: 26 Marzo, ore 16:00
I-V 18-20
VI-VII 10-12 / 15-18

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