Home / ITALIANO  / Raccontare la Shoah: i destini incrociati dei libri e dei loro autori

Raccontare la Shoah: i destini incrociati dei libri e dei loro autori

Masha Rolnikaite e Avrom Sutzkever sono due cronisti in lingua yiddish del ghetto di Vilnius, due sopravvissuti che hanno raccontato al mondo l’Olocausto in Lituania. Tuttavia il viaggio dei loro libri non fu né semplice né breve. Le memorie di Rolnikaite subirono numerosi tagli da parte della censura sovietica, la versione integrale raggiunse prima i lettori italiani e solo dopo quelli lituani. I libri di Sutzkever in Italia uscirono presso un editore d’eccezione: l’unico italiano della lista di Oskar Schindler, miracolosamente scampato ad Auschwitz. 

Toma Gudelytė
ITLIETUVIAI.IT

La guida letteraria è una rubrica di ITLIETUVIAI.IT con l’obiettivo di far conoscere la letteratura lituana pubblicata in Italia e quella italiana edita in Lituania. Nasce con l’intento di occuparsi degli scambi culturali all’interno del mondo editoriale dei due Paesi e di esplorarne l’immaginario letterario intervistando autori, traduttori ed editori lituani e italiani.

Una sera d’aprile del 1997 nel Teatro “Lėlė” di Vilnius succede qualcosa di memorabile: sullo stesso palcoscenico salgono Claude Lanzmann, che in quei giorni porta in Lituania il suo celebre documentario Shoah, e il drammaturgo israeliano Yehoshua Sobol, autore della pièce Ghetto. All’interno delle Giornate internazionali dell’arte si sta commemorando il 55° anniversario della prima rappresentazione teatrale svoltasi nel ghetto, in Via Arklių 5. Tra il pubblico, racchiuso nell’assoluto silenzio, ci sono alcuni ex detenuti del ghetto, i superstiti, che da bambini o ragazzi avevano frequentato e forse si sono persino esibiti su questo palcoscenico. Durante l’occupazione tedesca, a differenza di altri ghetti nell’Est Europa, a Vilnius fiorì un vero e proprio teatro, luogo della vita culturale e della resistenza spirituale.

L’epopea monumentale di Lanzmann, Shoah (1985), non racconta la storia dello sterminio ebraico nei paesi baltici, dal momento che, afferma il regista, all’epoca le autorità sovietiche gli negarono il permesso di girare in Lituania. Mentre la pièce di Sobol, per la prima volta andata in scena a Haifa nel 1984 e successivamente rappresentata in numerosi teatri del mondo, narra proprio le vicende del ghetto vilnense e del suo teatro ebraico. L’autore, mai stato a Vilnius prima, venne a conoscenza di questa storia leggendo le memorie del bibliotecario del ghetto Herman Kruk.

Tra il pubblico si trova anche Masha Rolnikaite (1927-2016), all’epoca cantante del coro ebraico del ghetto, giunta lì per la serata da San Pietroburgo, dove risiede. È difficile immaginare cosa possa provare una persona ritornata sul luogo che ha visto la morte dei propri familiari e del mondo d’infanzia. Il bosco di Paneriai, dove furono fucilati i genitori di Rolnikaite e l’intera comunità ebraica della “Gerusalemme del Nord”, dista pochi chilometri. A Paneriai in quei giorni si reca anche Lanzmann. Nel documentario il regista ha immortalato diverse interviste con i sopravvissuti di Treblinka e di Sobibor, e fingendosi antisemita è riuscito a documentare anche  conversazioni con i loro assassini. Alla domanda se ritenesse etico intervistare di fronte alla telecamera le vittime di tale orrore, Lanzmann rispose: “Tu devi ogni volta morire insieme a loro, affinché non muoiano da soli”.

Il suo libro di memorie, Devo raccontare, è significativo perché illustra in maniera chiara il destino dei libri e delle persone sopravvissute all’Olocausto dopo il 1945.

Una simile consapevolezza pervade leggendo i diari o le testimonianze dei prigionieri del ghetto: è come se il lettore partecipasse a una sorta di rito sacro, in cui ci si congeda e si piangono i morti. Nel ghetto di Vilnius Masha Rolnikaite, appena 13enne, tiene un diario segreto dove  confessare l’orrore, le privazioni quotidiane e l’angoscia del futuro. Gettata nell’epicentro della catastrofe la giovane prova ad aggrapparsi alla vita con le parole che scrive sui foglietti di carta occasionali o brandelli di sacchi, nascosti di volta in volta. Alla fine, incoraggiata dalla madre, manda a memoria tutte le pagine scritte ed è una vera fortuna: il 23 settembre 1943 il ghetto vilnense viene liquidato, Masha mandata al campo di Riga-Kaiserwald e successivamente a Stutthof. Durante gli spostamenti coatti il suo diario si perde. 

Il suo libro di memorie, Devo raccontare, è significativo perché illustra in maniera chiara il destino dei libri e delle persone sopravvissute all’Olocausto dopo il 1945. Oggi diamo quasi per scontata l’abbondanza e l’accessibilità delle testimonianze sulla Shoah, ma la libertà del racconto non era sempre garantita. Lo sterminio della popolazione ebraica nell’Est Europa fu a lungo un grande tabu nell’Unione Sovietica: parlare della specificità della tragedia ebraica era severamente vietato, soprattutto dopo il 1948 quando Stalin scatenò la persecuzione antisemita contro l’intellighenzia ebraica. Secondo la nuova retorica nazionalista, nella grande guerra patriottica gli hitleriani assassinarono i cittadini sovietici, non gli ebrei. A Paneriai il monumento alle vittime ebraiche, sorto subito dopo la guerra, fu presto sostituito con un enorme obelisco a commemorare il sacrificio di tutti i cittadini dell’Urss. Sono gli anni, in cui viene sciolto il comitato ebraico di resistenza antifascista, assassinato il celebre attore del Teatro Ebraico di Mosca Solomon Michoels,  inscenato il complotto dei cosiddetti “cosmopoliti”. 

Prima di andare in stampa il libro di Rolnikaite deve ottenere l’approvazione della censura sovietica. Il suo diario, dopo la guerra trascritto a memoria in lingua yiddish e successivamente tradotto in lituano e in russo dalla stessa autrice, è giudicato da Ilja Erenburg una preziosa testimonianza sul destino degli ebrei lituani. Ma l’ufficio censura si fa attendere a lungo e alla fine convoca Rolnikaite per metterla a conoscenza delle “inesattezze” riscontrate nel testo: il libro non rispetta la giusta prospettiva della lotta di classe, la polizia ebraica è descritta con troppa indulgenza e manca un ritratto convincente dei veri combattenti del nazismo, ovvero dei soldati dell’Armata Rossa. Persino Ilja Erenburg rinuncia a scrivere la prefazione promessa: troppo pericoloso per uno a sua volta sorvegliato, assieme al celebre scrittore Vasilij Grossman, a causa dei reportage sullo sterminio nei territori orientali. Masha lo vive come un’altra condanna a morte. 

Quando nel 1965 il libro finalmente esce, i sovietici si affrettano a prendersi ogni merito: “Abbiamo anche noi la nostra Anna Frank!”. Devo raccontare è un vero successo: numerose ristampe e diritti venduti per tradurre il libro in 18 lingue.

Ma Rolnikaite rifiuta categoricamente il paragone (“Anna è morta, io sono viva“) e forse per questo si decide a diventare una testimone attiva della Shoah. Nel 1990 il diario esce a Leningrado nella versione integrale e tale viene tradotta in italiano nel 2005 presso “Adelphi” (traduzione di Anna Linda Callow, mentre una traduzione integrale lituana esce solo nel 2021). 

“Adelphi”, a lungo guidata dall’intellettuale ed editore Roberto Calasso, dedica grande attenzione al tema della Shoah: ha pubblicato tutti i romanzi di Vasilij Grossman nonché le memorie di Jan Karski, l’uomo che per primo denunciò l’Olocausto (una sconvolgente intervista con Karski appare anche nel documentario di Lanzmann). Un’altra casa editrice italiana ad occuparsi della storia e cultura dei litvakes è “Giuntina”, casa editrice fiorentina fondata da Schulim Vogelmann, sopravvissuto ad Auschwitz e unico italiano nella celebre lista di Oskar Schindler.

Nel 2007 “Giuntina” pubblica il romanzo Scacco perpetuo di Icchokas Meras (traduzione dal lituano di Aušra Povilavičiūtė e Vanna Lucattini Vogelmann). In Lituania il romanzo esce nel 1963 e, come nel caso di Rolnikaite, viene quasi subito accusato di trasgredire il canone del realismo socialista. Nel catalogo di “Giuntina” tuttavia è erroneamente indicato che Meras vide di persona gli orrori del ghetto, quando in realtà lo scrittore, da bambino, fu salvato dalla fossa comune e nascosto in una famiglia di contadini lituani fino alla fine della guerra. La partita a scacchi giocata nel ghetto tra i due protagonisti del romanzo è un’invenzione letteraria, seppur ispirata alla realtà storica.

Nel 2010 sempre con “Giuntina” esce la raccolta dei racconti poetici Acquario verde di un altro scrittore litvak, Avrom Sutzkever (1913-2010), tradotti da Marisa Ines Romano (la traduzione lituana risale al 2013). Sutzkever è uno dei maggiori poeti in lingua yiddish, una voce singolare nella letteratura dell’Olocauso, fortemente legato alla memoria multietnica della città di Vilnius. La sua storia ricorda in parte quella di Masha Rolnikaite, i destini dei loro libri si assomigliano.

Imprigionato nel ghetto di Vilnius, Sutzkever aderisce alla resistenza ebraica partigiana e diventa membro della “brigata di carta”: salva e nasconde libri e manufatti culturali ebraici. Lo ricorderà poi nei suoi versi di Frumento, dove paragona i tesori ebraici nascosti nel labirinto del ghetto ai chicchi di grano destinati forse un giorno rifiorire in questa terra di morte.

Sutzkever è uno dei maggiori poeti in lingua yiddish, una voce singolare nella letteratura dell’Olocauso, fortemente legato alla memoria multietnica della città di Vilnius

Quando i sovietici nel 1944 entrano a Vilnius, Sutzkever diventa il primo direttore del museo ebraico e membro dell’associazione degli scrittori. I sopravvissuti credono di poter far rinascere la comunità decimata e di denunciare il terribile crimine del nazismo al mondo. Lo stesso Sutzkever si reca a Norimberga per testimoniare e nel 1946 pubblica il libro di memorie sul ghetto, anche se coi tagli della censura. Ma già nel 1949 il museo ebraico viene chiuso da ordini dall’alto e inizia la demolizione dei vecchi cimiteri ebraici, le cui lapidi spesso vengono usate per le costruzioni. 

Acquario verde è un ciclo di 15 componimenti, una sorta di possibile risposta alla catastrofe. Il lettore viene accompagnato per le viuzze del ghetto e nelle maline (nascondigli segreti), spinto di fronte alla grande sinagoga distrutta e sull’orlo delle fosse comuni, trasportato in un tempo e spazio mistico, per certi versi simile a quello dipinto da suo amico Chagall. La tradizione del giudaismo si intreccia con quella panteistica, in una visione dove in ogni essere vivente si cela la briciola del divino. Tra i personaggi del libro vi sono i morti, gli spettri imprigionati in questo mondo-acquario verdastro, da dove risorgono per turbare i nostri sogni.

Uno dei racconti più potenti si intitola “Tra due camini”: nascosti in camini diversi sui tetti del ghetto si sussurrano due innamorati Tsalke e Sheyndele. Il ragazzo, preso dalla gelosia, chiede all’amata a chi lei ha sorriso vicino alla fossa. Sheydele sta per rispondere, quando per strada si sentono rumori di stivali chiodati. Il lettore non fa in tempo a capire se gli innamorati nei camini erano persone vive o solo le anime dei morti.

Masha Rolnikaite e Avrom Sutzkever sono due cronisti del ghetto di Vilnius, uniti dal senso di grande responsabilità verso la parola e verso la memoria. Sutzkever scrive in Acquario verde: “Cammina sulle parole come su un campo minato: un solo passo falso, un solo movimento sbagliato e tutte le parole che hai infilato alle tue vene in una vita intera andranno in pezzi insieme a te.” Anche la responsabilità nostra, dei lettori, non è da meno.

NĖRA KOMENTARŲ

SKELBTI